La “guerra” delle pensioni: perché la Legge di Bilancio non premia il senso del dovere

La “guerra” delle pensioni: perché la Legge di Bilancio non premia il senso del dovere

Nel nostro Paese, nel 2018, sono in pagamento circa 23 milioni di prestazioni pensionistiche di cui beneficiano circa 16 milioni di pensionati, il che vuol dire che ogni pensionato percepisce 1,433 pensioni (quasi un assegno pensionistico e mezzo a testa). Sul totale delle prestazioni in pagamento poco più di 8 milioni (il 35%) sono pari a 1 volta il minimo (circa 508 euro al mese per 13 mensilità): di queste,  quasi 6 milioni (il 75%) sono totalmente (circa 2 milioni) o parzialmente (4 milioni) assistite e finanziate dallo Stato attraverso la fiscalità generale (cioè, nella pratica, da chi paga le imposte). Tra 2 e 3 volte il minimo ci sono altre 10,65 milioni di pensioni (il 46%); da 3 a 4 volte il minimo ce ne sono altre 2 milioni; in totale fanno 20,62 milioni su 23 milioni totali (90%).
Per avere una pensione al minimo bastano 15 anni di versamenti contributivi su un normale stipendio contrattuale. Significa quindi che in 66 anni di vita questo 75% di pensionati non ha versato nemmeno questi contributi e non ha quindi pagato un euro di tasse; pochi contributi e imposte anche per quelli fino a 2 volte il minimo. Si tratta di un numero di pensioni molto alto se si pensa che nella media dei Paesi Ocse il tasso fisiologico di soggetti “sfortunati” per motivi psicofisici o dipendenti da eventi particolari non supera il 10/12% degli aventi diritto. In questi Paesi i controlli fiscali contribuiscono peraltro a contenere questo fenomeno eliminando gran parte delle elusioni fiscali e contributive e riducendo il livello di economia illegale, che Istat stima per l’Italia pari al 13% del PIL (210 miliardi di euro circa). Secondo altre istituzioni, questo valore potrebbe arrivare addirittura fino al 25% del Pil.
Con il maxiemendamento alla Legge di Bilancio per il 2019, è stata proposta una modifica al meccanismo di indicizzazione delle pensioni, che prevede la rivalutazione completa solo per i trattamenti fino a 3 volte il minimo. Il Governo del cambiamento ha proposto una delle peggiori e bizantine indicizzazioni in termini di equità: rivalutazione del 100% dell’inflazione (1,1% l’incremento sulle pensioni per il 2019) per 18,67 milioni di pensioni fino a 3 volte il minimo (1.524 euro lordi) di cui, come abbiamo visto, un terzo sono totalmente o parzialmente assistite. I percettori di queste prestazioni fanno parte del 44,92% di italiani che in totale pagano solo il 2,8% dell’Irpef totale (cioè nulla). Sulle pensioni frutto di contributi realmente versati, i più fortunati sono quelli che prendono tra 4 e 5 volte il minimo la cui pensione verrà rivaluta non per scaglioni (come avviene per la progressività fiscale) ma sull’intero importo, solo al 77% dell’inflazione (lo 0,847%). Molto peggio va per il restante 1,18 milioni di pensioni che vedranno la loro pensione rivaluta per l’intero importo al 52% tra 5 e 6 volte il minimo, al 47% tra 6 e 8 volte, al 45% tra 8 e 9 volte e al 40% oltre le 9 volte; in pratica metà inflazione.
Questi pensionati rientrano nel “club” del 4,36% di contribuenti che versano il 36,52% di tutta l’Irpef; aggiungendo anche i pensionati tra 4 e 5 volte il minimo, la cui rivalutazione è pari al 77% dell’inflazione, si arriva al 12,09% di contribuenti che però versano il 57,11% di tutta l’Irpef. Supponendo un’inflazione media dell’1,1% e un periodo di fruizione della pensione di 20 anni, la riduzione dell’indicizzazione 2019 al 50% è pari a una decurtazione del potere d’acquisto di 0,5% l’anno che, capitalizzata, porta la riduzione a fine periodo a oltre il 12%. A questa perdita si assommano quelle del biennio successivo.


Ma la “guerra” ai pensionati non finisce qui: infatti, per quanti percepiscono assegni superiori a 100.000 euro lordi l’anno (circa 60mila euro netti l’anno, non proprio dei “nababbi”) è pure previsto, per la durata di 5 anni, un taglio lineare delle pensioni (si veda tabella 1). «L’operazione è stata presentata come una riduzione della parte di pensione non coperta da contributi – puntualizza Brambilla – ma, in realtà, come evidenziato dall’Approfondimento a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali sul ricalcolo delle pensioni oltre i 4.500 euro netti al mese, è un taglio senza alcuna logica. Infatti, le pensioni maggiormente avvantaggiate dal metodo retributivo, come dimostrato anche da uno studio di Stefano Patriarca, sono quelle intermedie fino a 3.500 euro. Stiamo cioè parlando di pensionati che fanno parte di quel 4,36% di contribuenti che mantengono il 46% della restante popolazione (a proposito, per quest’ultimo gruppo, con riferimento ai costi della sola sanità, occorrono circa 50 miliardi l’anno a carico di redditi e pensioni definite dai gialloverdi “d’oro”)».
Infine, se è vero che oltre il 60% delle prestazioni assistenziali che godono della rivalutazione totale e potrebbero addirittura beneficiare dell’incremento relativo alle cosiddette “pensioni di cittadinanza”, sono pagate al Sud, lo è altrettanto che circa il 70% delle pensioni tagliate e poco indicizzate stanno al Nord. Il grosso rischio della “guerra delle pensioni” e delle pensioni di cittadinanza è quello di aumentare le pensioni basse e assistenziali, i cui maggiori beneficiari sono spesso “furbi”, elusori ed evasori, persone che sfruttano il lavoro nero e foraggiano l’economia illegale. Anziché premiare il senso del dovere, dello Stato e il merito, assistiamo a un trasferimento forzoso di risorse da lavoro a assistenza e da Nord a Sud: un ottimo risultato per la Lega (ex Nord). Con un costo per la collettività e lo sviluppo del Paese, spaventoso.
 Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali
20/12/2018
fonte: Il Punto pensioni&lavoro

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