Le bufale sulle pensioni

Le bufale sulle pensioni

Come sfatare alcuni dei luoghi comuni più diffusi sulle pensioni: un’analisi dei dati emersi dal Sesto Rapporto sul bilancio del sistema previdenziale italiano curato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali
Michaela Camilleri
Oltre la metà delle pensioni è di importo inferiore a 1.000 euro al mese e le donne ricevono, in media, assegni di gran lunga più bassi rispetto a quelli degli uomini. Sono questi due dei principali luoghi comuni in materia di pensioni. I dati raccolti dal Casellario Centrale dei pensionati INPS ed elaborati dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali nel Sesto Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano dimostrano come, in realtà, queste convinzioni diffuse siano falsi miti da sfatare, in quanto scorrette sia dal punto di vista tecnico sia sotto il profilo sostanziale dell’analisi.

Importo delle pensioni
Nel 2017 su un totale di 22.994.698 prestazioni pensionistiche erogate, le pensioni di importo fino a una volta il minimo (501,89 euro mensili) sono circa 8 milioni, ma i pensionati che poi ricevono effettivamente un reddito pensionistico fino a una volta il minimo sono poco meno di 2,3 milioni su circa 16 milioni di pensionati totali. Anche alla successiva classe di importo (da 501,90 euro a 1.003,78 euro lordi mensili) appartengono poco più di 7,2 milioni di prestazioni pensionistiche, ma solo 4,3 milioni di pensionati. Il fenomeno dipende dal fatto che un soggetto può essere beneficiario di più prestazioni (ad esempio, una pensione di importo medio-alto e un trattamento di importo più basso come un’indennità di accompagnamento o una pensione di reversibilità) che si cumulano tra loro, facendo sì che il pensionato si collochi in una classe di reddito più elevata rispetto a quella più bassa in cui si erano posizionate le singole pensioni.
È certamente vero che le singole prestazioni sotto i mille euro sono circa 15,2 milioni, pari al 66,2% delle pensioni in pagamento, ma i pensionati che le ricevono sono circa 6,5 milioni, ossia il 40,8% del totale pensionati. Dunque, sostenere che la metà delle pensioni è inferiore a 1.000 euro al mese non è corretto dal punto di vista tecnico per almeno due motivi.
Il primo, come abbiamo visto, è che in ambito previdenziale quando si analizzano le distribuzioni per classi di reddito si dovrebbe far riferimento ai pensionati, cioè ai soggetti fisici che percepiscono una o più prestazioni, e non alle singole pensioni. Se si calcola l’importo medio della pensione sul numero totale delle prestazioni, si ottengono 12.478 euro annui lordi (960 euro lordi al mese in 13 mensilità), ma facendo riferimento al totale dei pensionati, il reddito pensionistico medio pro-capite risulta pari a 17.887euro annui lordi (14.807 euro annui netti), quindi 1.376 eurolordi mensili (1.139 euro mensili netti). È questo secondo dato il più corretto da considerare anche se spesso quello più diffuso è proprio il primo, che divide impropriamente il monte pensioni (286,938 miliardi di euro) per il numero delle prestazioni e non per il numero dei pensionati.
Il secondo motivo dipende dal fatto che, nel calcolo degli importi medi dei singoli trattamenti pensionistici, bisognerebbe procedere per tipologia e analizzare separatamente le medie delle prestazioni assistenziali, delle rendite indennitarie, delle prestazioni dirette e di quelle ai superstiti, per evitare di mischiare prestazioni di natura eterogenea.
Per esempio, risulta difficile giustificare un’analisi dell’importo medio totale che consideri l’inserimento di prestazioni parzialmente o totalmente a carico della fiscalità generale (pur se di modesto importo) come ad esempio pensioni o assegni sociali, pensioni integrate al trattamento minimo, ex milione al mese, invalidità civili, assegni di accompagnamento. O, ancora, appare poco ragionevole calcolare l’importo medio tra pensioni dirette e pensioni ai superstiti quando queste ultime nel Casellario INPS sono frazionate nelle aliquote di reversibilità spettanti a ciascun contitolare, che variano tra il 20% (aliquota del figlio contitolare) e il 30-60% (aliquote del coniuge che variano a seconda del reddito) dell’importo della pensione diretta.
Sarebbe più corretto analizzare questi dati distintamente. Provando a escludere le prime due classi di reddito pensionistico (fino a due volte il minimo, 1.003,78 euro mensili lordi), che sono tipicamente assistenziali per un totale di 6,5 milioni di pensionati, il reddito previdenziale medio (supportato da contributi) dei restanti 9,5 pensionati ammonterebbe a 25.106,53 euro annui lordi (contro gli ufficiali 17.887 euro lordi) pari a circa 20.073 euro annui netti. È sempre vero che, come abbiamo visto, il 40,8% dei pensionati ha redditi pensionistici inferiori a 1.003,79 euro lordi al mese, ma non sono strettamente pensioni, quanto piuttosto prevalentemente prestazioni assistenziali.
fonte : ilpuntopensionielavoro

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