Infrastrutture, il partenariato pubblico privato acquista la voce “sociale”

Infrastrutture, il partenariato pubblico privato acquista la voce “sociale”

Firenze –  Workshop per mettere il punto allo sviluppo futuro dell’Italia partendo dalle infrastrutture: l’incontro del 5 aprile 2019 a Palagio di Parte Guelfa a Firenze, organizzato da Casa Spa e Comune di Firenze, ha visto la presenza del sindaco Dario Nardella, del presidente di Casa Spa Luca Talluri e di Romano Prodi, nella veste di trait d’union con le politiche europee che riguardano le infrastrutture sociali dell’Europa.
Un tema caldo, che riguarda in buona sostanza il cambiamento cui è necessario vada incontro il tema “investimenti infrastrutturali”. Un tema che ha a che fare con lo sviluppo stesso del Paese, come emerge con evidenza dai dati sottolineati nel corso del workshop: se la svolta italiana è legata al rilancio delle infrastrutture, in Italia negli ultimi 10 anni si è registrato un calo drammatico degli investimenti in capitale fisso, che va dal 40 al 60%, come afferma il professor Federico Merola, docente di International Finance presso l’Università LUISS, “a seconda del bacino di PA che si considera, vale a dire con riguardo alla PA centrale, locale o complessiva, e dei capitoli che si analizzano, ovvero tutti gli investimenti o solo quelli in infrastrutture”.
Per superare l’impasse, è ormai convincimento generale che sia necessario attrarre risorse private nell’ambito in particolare degli ammodernamenti e costruzione delle infrastrutture necessarie al Paese. Una necessità che non riguarda solo le risorse, bensì anche criteri di efficienza tecnologica, al passo con l’evoluzione del settore. Ciò induce, come spiega Merola, a coinvolgere operatori istituzionali professionalmente qualificati e specializzati. Cosa significa in soldoni? Mettere in atto il cosiddetto Partenariato Pubblico Privato (soluzione da almeno una decina d’anni perseguita dalla maggior parte dei paesi europei) con il correttivo di coinvolgere nell’operazione, ad esempio, il risparmio istituzionale in forma diretta, o utilizzando operatori specializzati come i fondi infrastrutturali, soggetti regolati e vigilati dagli organismi di vigilanza competenti come gestori del risparmio, regolarmente registrati nell’albo delle rispettive autorità, in Italia Banca d’Italia e Consob. Le risorse non mancano. Si stima infatti che in Italia il patrimonio degli investitori istituzionali, con ciò intendendo fondazioni di origine bancaria, assicurazioni, casse di previdenza e fondi pensione, abbia visto una forte crescita nel periodo della crisi, passando da 400 a 1000 miliardi di euro fra il 2007 e il 2018.
Eppure, la maggioranza di questo risparmio non si indirizza verso gli investimenti infrastrutturali, come anche è piccolissimo il flusso derivante dagli investitori internazionali del settore. Al di là dei motivi complessi che spiegano il verificarsi di questa situazione, le ricadute sul sistema sono piuttosto pesanti, dal momento che gli investitori istituzionali sono sempre più spinti a prendere in considerazione nelle loro azioni criteri di investimento sempre più “responsabili”, quali, per esempio, la valutazione dell’impatto sul sistema economico e sociale, la valutazione della “sostenibilità”, e via di questo passo.
Da tutto ciò si deduce che il coinvolgimento del risparmio istituzionale che per sua natura è più predisposto a far convergere interessi privatistici e pubblici, nelle infrastrutture, avviene grazie alll’avverarsi di determinate condizioni, che presuppongono anche un cambio di mentalità e approccio al business.
In pratica dunque, la svolta dovrebbe avvenire nel passaggio fra Partenariato Pubblico Privato secondo tradizione e Partenariato Pubblico Privato istituzionale e sociale: da una dialettica Stato – imprenditori e gruppi di società di costruzione, a quella con investitori istituzionali e operatori del terzo settore. Il che significa, ovviamente, un cambio profondo nella prospettiva, nell’approccio alla policy, nel sistema normativo e regolamentare.
fonte STAMP Toscana

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