I Fondi pensione pagano gli sbandamenti del Governo e perdono la sfida con il Tfr

I Fondi pensione pagano gli sbandamenti del Governo e perdono la sfida con il Tfr

“Il 2018 è stato un anno negativo per i mercati finanziari e in particolar modo per quelli azionari. Ne hanno risentito anche i rendimenti dei fondi pensione dopo un decennio in cui sono stati in media più che positivi”. Così, ha affermato, in un passaggio importante della relazione per l’anno 2018, il presidente della COVIP Mario Padula, il 12 giugno scorso. A quanto ammontano questi effetti negativi? “I fondi pensione negoziali e i fondi aperti – ha proseguito Padula – hanno perso in media, rispettivamente, il 2,5% e il 4,5%; per i PIP ‘nuovi’ di ramo III, la flessione è stata del 6,5%’’. Di conseguenza, nel 2018, la previdenza complementare ha perduto la sua sfida classica – quasi esistenziale – con il Tfr ( il cui conferimento è la principale fonte di finanziamento delle forme di previdenza privata) che si è rivalutato, al netto delle imposte, dell’1,9%. Un risultato analogo (dovuto soltanto alla legge) si è configurato soltanto nel pieno della Grande Crisi.
Che cosa è successo, allora, l’anno scorso? Gli organi di gestione dei fondi hanno compiuto degli investimenti sbagliati, hanno tentato la fortuna con rischiose speculazioni? Andiamo a vedere l’allocazione degli investimenti per trovare qualche spiegazione di un fenomeno che non incoraggia lo stentato affermarsi di un secondo pilastro a capitalizzazione allo scopo di garantire una maggiore adeguatezza dei trattamenti pensionistici. Un buon padre di famiglia non sarebbe più prudente nel collocare i suoi sudati risparmi. Gli investimenti dei fondi pensione (escluse le riserve matematiche e le risorse dei fondi preesistenti interni ad un’impresa o ad un ente) sono allocati per il 41% in titoli di Stato (21,4% sono titoli di debito pubblico italiano, gli altri titoli di debito ammontano al 17,1%). Scendono dal 16,4% (dal 17,7%) i titoli di capitale; le quote di OICVM (forme di investimenti collettivi di capitale) passano dal 12,6% all’11,9%.
Nell’insieme, il valore degli investimenti dei fondi pensione nell’economia italiana è pari a 36,7 miliardi, il 27,7% del patrimonio. I titoli di Stato ne rappresentano la quota più importante: 28,3 miliardi. Gli impegni in titoli di imprese italiane sono marginali (meno del 3%) e si rivolgono in prevalenza ad obbligazioni (in azioni solo 1,2 miliardi). Fino a qui la fotografia neutra, persino un po’ reticente, della situazione. Ma non è compito del presidente della COVIP analizzare i motivi a causa dei quali il 2018 è stato un anno negativo sui mercati finanziari, in particolare quelli azionari (che nel caso dei Fondi pensione hanno un interesse pressoché marginale). Tocca a noi chiederci come abbiano potuto accumulare rendimenti negativi delle istituzioni finanziarie che “blindano” il loro patrimonio con titoli di Stato. Ecco che emergono – anche nel settore del risparmio previdenziale – le conseguenze della politica irresponsabile del governo giallo-verde, tutta “chiacchiere e distintivo“.
I maggiorenti hanno fatto più danni con le bravate, le dichiarazioni avventate, incuranti delle variazioni dello spread e dell’incremento dei tassi di interesse. Peraltro la prospettiva non è particolarmente brillante: per mantenere l’attuale asset location occorrerà rinnovare i titoli gravati da tassi più elevati. Quando si dice – è lo stesso presidente del Consiglio a ricordarlo ai suoi vice – che in caso di palese violazione delle regole e di conflitto aperto con le istituzioni europee sono a rischio i risparmi degli italiani, alla fine si trovano anche le conferme: la percezione cede il passo alla realtà. La previdenza complementare è un settore vigilato, dove le situazioni sono monitorate. Ma non occorre molta immaginazione nel pensare che tutte le forme di risparmio sono state penalizzate.
Ora, in vista di una manovra di bilancio ritenuta insostenibile – sia per i vecchi conti da regolare, sia per le nuove misure che il governo (ovvero Matteo Salvini) intende promuovere – non ci facciamo mancare nulla per aggravare la nostra condizione, per renderci ancor meno credibili, per suscitare crescenti preoccupazioni nei nostri interlocutori. Dopo la carnevalata dei minibot era proprio necessario che Paolo Savona, dal vertice della Consob, l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari, si lasciasse andare in una sorta di caso di scuola su di un paese immaginario che potrebbe reggere anche un debito pari al 200% del Pil, a patto di realizzare una crescita economica superiore all’incremento del debito stesso?
Poiché l’Italia non è in tali condizioni non ha avuto alcun senso avventurarsi in considerazioni che vengono prese come indifferenza e sottovalutazione di un debito pubblico come il nostro, vigilato a vista da tutto il mondo. Con uscite estemporanee, quasi provocatorie, come questa, in una sede ufficiale, è normale e giustificato che sull’Italia ci siano dei “pregiudizi”. Del resto nessuno nega il nostro ruolo nell’economia europea e mondiale. E’ diverso, invece, il (pre)giudizio sul governo.

fonte: firstonline

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