Età di pensionamento effettiva in Italia nel 2024

L’età richiesta per la pensione di vecchiaia nel nostro Paese è confermata per il 2026 a 67 anni, con 20 di versamenti contributivi, che diventano 71 con 5 anni di contribuzione: a quale età lasciano però davvero il lavoro gli italiani? Ecco cosa suggerisce il confronto tra età legale ed età effettiva di pensionamento

Negli ultimi 2-3 anni, come confermato peraltro anche dall’ultima Legge di Bilancio, la corsa al pensionamento anticipato sia rallentata, una delle maggiori criticità del sistema previdenziale italiano resta l’elevato numero di norme che hanno previsto nel tempo deroghe all’età legale di pensionamento, producendo un abbassamento dell’età effettiva.

È questo uno degli spunti offerti dal Tredicesimo Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali: sulla base dei dati tratti dall’Osservatorio pensioni INPS, la pubblicazione opera infatti un confronto tra età legale di pensionamento ed età media effettiva alla decorrenza della pensione, evidenziando uno scostamento (a favore della seconda) utile a riflettere sulla tenuta prospettiva della previdenza italiana.

L’ Età legale per il pensionamento di vecchiaia è di  67 anni con almeno 20 anni di contributi; 71 anni con 5 anni di versamenti almeno  fino al 31 dicembre 2026). 

 Età effettiva dipende dai canali di uscita (vecchiaia, anzianità/anticipata, prepensionamenti) e dalle deroghe introdotte nel tempo.

La differenza tra età legale e età effettiva nasce dalla presenza di norme che hanno consentito uscite anticipate o deroghe, con impatti differenziati per genere e tipologia di trattamento.

i numeri nel 2024

  – Età media effettiva nel 2024 per questa tecnologia di prestazione: 67,5 anni (leggermente superiore all’età legale prevista per vecchiaia).

– Pensione di anzianità/anticipata: 

  – L’età media effettiva si è attestata intorno a 61,4 anni (61,5 uomini; 61,3 donne) nel 2024, ben al di sotto dell’età legale per la vecchiaia e riflesso dei vari canali di uscita anticipata.

– Media complessiva, vecchiaia/anzianità/anticipata (escludendo altre uscite): 

  – 65,1 anni complessivi (64,7 uomini; 65,8 donne).

– Inclusione dell’invalidità previdenziale (pensioni dirette, anche invalidità): 

  – 63,5 anni per gli uomini, 64,5 per le donne; media complessiva 63,8 anni.

– Media ponderata di tutte le categorie di pensione, comprese superstiti e trattamenti assistenziali: 

  – 67,4 anni nel 2024 (stessa cifra del 2023); 64,3 uomini e 70,1 donne (le differenze di genere sono influenzate soprattutto dai superstiti e dai trattamenti assistenziali).

– Fatti di contesto: al 1/1/2024 erano ancora in pagamento 280.684 assegni a persone andate in pensione nel 1975 o prima, a causa di requisiti di eccessiva favorevolezza (segno di vecchie deroghe ancora in vigore in alcuni casi).

– Andamento storico chiave: dal 1997 l’età legale differenziata (63 anni per gli uomini, 58 per le donne; 18 anni di contribuzione) si è progressivamente allineata; dal 2019, con l’unificazione e l’innalzamento a 67/20, e dal 2026 la cornice rimane stabile, a meno di nuove deroghe.

Cosa significano questi numeri per chi lavora oggi

– Le deroghe e i canali di uscita anticipata hanno abbassato l’età effettiva di pensionamento in alcune parentesi, evidenziando la necessità di bilanciare flessibilità e sostenibilità del sistema.

– Le pensioni anticipate tendono ad avere importi superiori, ma l’impatto sull’età di fruizione complessiva è stato modulato dall’uso di strumenti come APE, Opzione Donna e quota 100/102/103.

– Una politica che premi i contributi più lunghi, eventualmente con agevolazioni per le lavoratrici madri, potrebbe contribuire a una  norma con “poche regole ma certe” che sostengono la tenuta del sistema senza rinunciare a una flessibilità necessaria. Puntare su regole chiare e stabili che valorizzino i contributi lunghi, con strumenti mirati di sostegno per le carriere discontinue o per figure con carriere gravose.

Considerare incentivi per le lavoratrici madri e per chi ha una lunga storia contributiva, evitando al contempo un’insostenibilità finanziaria del sistema.

– Mantenere la flessibilità necessaria per rispondere a cambiamenti demografici e alle esigenze dei lavoratori, ma con medicine di bilanciamento tra redditività del sistema e tutele individuali.

 Le differenze di genere, soprattutto per le prestazioni ai superstiti e i trattamenti assistenziali, pesano notevolmente sui numeri complessivi.

Il Rapporto invita a un approccio di policy orientato a poche regole ma certe, con strumenti di flessibilità mirati e una attenzione particolare ai contributi lunghi e alla situazione delle lavoratrici madri.