Il dibattito aperto al Meeting di Rimini 2026 sulla sostenibilità del sistema pensionistico italiano ha riportato al centro dell’attenzione una proposta destinata a far discutere: creare un fondo previdenziale per ogni nuovo nato, alimentato inizialmente da un contributo pubblico e successivamente da versamenti volontari della famiglia e, in futuro, dello stesso lavoratore.
Come riporta Alice Amerio, l’obiettivo è costruire fin dalla nascita una forma di previdenza complementare capace di accompagnare il cittadino lungo tutto il ciclo di vita. Grazie a un orizzonte temporale di 60 o 70 anni, anche una dotazione iniziale relativamente contenuta potrebbe trasformarsi in un capitale significativo attraverso la capitalizzazione composta.
La proposta nasce da una constatazione ormai nota: l’Italia sta invecchiando rapidamente e il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati è destinato a ridursi nei prossimi decenni. In questo scenario, rafforzare il secondo pilastro previdenziale appare una scelta sempre più necessaria.
Le critiche del sindacato
La Cgil ha accolto con scetticismo la proposta. Secondo il sindacato, il problema della denatalità non può essere affrontato con un conto previdenziale intestato ai neonati. Le cause della bassa natalità sono infatti legate principalmente alla precarietà lavorativa, ai bassi salari, al costo della vita, alla difficoltà di accesso alla casa e alla carenza di servizi per l’infanzia.
È difficile immaginare che una giovane coppia decida di avere un figlio perché il neonato riceverà una piccola dote previdenziale disponibile solo tra molti decenni. Le politiche per la natalità e quelle previdenziali rispondono a esigenze diverse e operano su orizzonti temporali differenti.
Ciò non significa però che l’idea debba essere accantonata. Il vero errore è attribuirle finalità che non può raggiungere.
Previdenza complementare, non politica demografica
Se considerata come strumento di politica demografica, la proposta rischia di deludere le aspettative. Se invece viene interpretata come un intervento di educazione previdenziale e di rafforzamento del risparmio pensionistico, il ragionamento appare più convincente.
Le future pensioni saranno sempre più influenzate dalle carriere lavorative, dai livelli contributivi e dalla capacità di accumulare risparmio nel lungo periodo. In questo contesto, iniziare presto può fare una grande differenza.
La questione fondamentale riguarda piuttosto il finanziamento. Sarebbe infatti controproducente sostenere il nuovo strumento riducendo le risorse oggi destinate alle famiglie o agli interventi di sostegno alla natalità.
Cosa insegna l’Europa
Alcuni Paesi europei offrono spunti interessanti.
Nel Regno Unito il Child Trust Fund prevedeva un contributo pubblico iniziale destinato ai minori, successivamente alimentabile dai familiari. Pur non essendo un fondo pensione, rappresentava una forma di accumulo patrimoniale di lungo periodo.
La Svezia segue invece una strada differente. Una parte della contribuzione pensionistica viene investita in fondi finanziari, combinando pensione pubblica e capitalizzazione. Il sistema punta quindi a costruire patrimoni reali nel tempo, riducendo la dipendenza esclusiva dal meccanismo a ripartizione.
Anche Paesi Bassi e Paesi nordici mostrano come una forte diffusione della previdenza complementare possa contribuire alla solidità complessiva del sistema pensionistico.
Gli ostacoli da superare
Il primo problema riguarda il costo per lo Stato. I finanziamenti sarebbero immediati, mentre i benefici emergerebbero solo nel lungo periodo.
Esiste poi una questione di equità generazionale: perché sostenere soltanto i nuovi nati e non gli attuali giovani lavoratori che già oggi rischiano pensioni future insufficienti?
Un altro nodo riguarda la gestione delle risorse. Affidare il fondo all’Inps o al sistema dei fondi pensione come argomenta Assofondipensione comporta implicazioni differenti sotto il profilo organizzativo, finanziario e politico.
Infine, vi è il rischio che il progetto si riduca a un semplice bonus simbolico. Un contributo iniziale, se non accompagnato da successivi versamenti e da incentivi adeguati, produrrebbe effetti limitati sulla pensione futura.
Una proposta concreta e realistica
La soluzione più credibile potrebbe essere una sintesi tra l’approccio britannico e quello della previdenza complementare europea:
- una dote previdenziale iniziale finanziata dallo Stato;
- gestione professionale e vigilata delle risorse;
- incentivi fiscali per i versamenti delle famiglie;
- prosecuzione automatica dell’accumulo quando il giovane entra nel mercato del lavoro;
- nessuna riduzione delle politiche di sostegno a natalità e famiglie.
In parallelo, servono interventi strutturali su occupazione, produttività, partecipazione femminile al lavoro e sostegno alla natalità. Senza più lavoratori attivi, infatti, nessuna soluzione finanziaria sarà sufficiente a risolvere i problemi derivanti dall’invecchiamento demografico.
Il fondo pensione dalla nascita è una proposta tecnicamente interessante e potenzialmente utile per rafforzare la cultura previdenziale e il secondo pilastro pensionistico. Non può però essere considerato la risposta alla crisi demografica italiana.

