Covid: Il sistema contributivo non mette al riparo le pensioni

Tutti parlano di pensione ma pochi conoscono i reali meccanismi di base. Il passaggio dal sistema di calcolo retributivo a quello contributivo indubbiamente è servito ad alleviare il fardello della spesa pensionistica che minacciava di far precipitare il bilancio nazionale. Ora rischia di crollare per effetto del Covid, a prescindere dalle pensioni. Prima della riforma Dini del 1995 le pensioni erano calcolate sulla media delle pensioni degli ultimi 5 anni, sistema che non ha dato problemi finchè l’economia e la ricchezza nazionale crescevano, che è stato un periodo abbastanza ampio, dagli anni 50 agli anni ottanta. Poi l’andamento economico è cambiato, è cominciata la corsa all’indebitamento pubblico e i pensionati con il sistema retributivo sono stati criminalizzati. Ora a parte questo, il sistema contributivo che lo ha sostituito per evitare queste “nefandezze” e che ha abbassato gli importi della pensione di un 40/50% rispetto al metodo di calcolo precedente, sovente ingenera delle false aspettative nei lavoratori sulla solidità e l’ammontare della propria pensione. La pensione contributiva si calcola esclusivamente sui contributi versati, più contributi sono stati versati, più alta sarà l’assegno pensionistico. Poiché in questo modo ognuno ha il proprio montante contributivo, molti pensano che quello è il proprio intangibile gruzzoletto che gli deve essere restituito con gli interessi in vecchiaia. In parte è così, ma non è proprio totalmente così. Sotto gli aspetti degli interessi, l’anno prossimo la rivalutazione ( o meglio la svalutazione) dovrebbe essere di segno negativo ed anche di parecchio, dall’8 al 13% . Infatti i sindacati si sono subito attivati per impedire che ciò succeda, invocando la riapplicazione di una norma del 2015 emanata per far fronte ad una analoga previsione, di importo molto più contenuto .
Ma perché il sistema contributivo è considerato a rischio come quello retributivo? Perché il sistema contributivo in vigore in Italia in effetti si basa sul principio del “Contributo definito nozionale” o “Contributo definito non finanziario” (NDC Lo schema NDC di base è efficace nel prevenire l’accumulo eccessivo di debito, ma può ben poco di fronte ad esempio una crisi economica. Con il Pil negativo i coefficienti di trasformazione diminuiscono e quindi diminuiscono le pensioni.

 

Poi ci sono i rischi politici, dei cambiamenti improvvisi ed improvvidi di sistemi, come ha fatto la legge Fornero oppure quelli legati a fattori ideologi, come il taglio delle cosiddette pensioni d’oro. Ma principalmente tutto si basa sul mercato del lavoro che è la fonte principale di finanziamento del sistema pensionistico attraverso il gettito contributivo. Se si restringe eccessivamente si restringe la base di finanziamento delle pensioni e il differenziale deve essere messo a carico di tutta la collettività con l’Irpef, oppure si riducono le pensioni in essere e quelle future.

“Nel 2015, per la prima volta, il coefficiente presentò il segno meno (-0,001927), il che avrebbe prodotto un leggero taglio del montante accumulato fino a quel momento. Ma il governo, con il decreto legge 65 del 2015, stabilì che per quell’anno la variazione non si applicasse e il montante non subisse riduzioni. La stessa norma regola anche il da farsi nel caso in cui si abbiano di nuovo (come potrebbe accadere ora) coefficienti negativi, stabilendo che lo scarto col segno meno debba essere recuperato negli anni successivi sottraendolo dai tassi positivi, senza mai scendere sotto lo zero (se necessario, quindi, il recupero avverrà in più anni). In ogni caso, anche se non si arrivasse a coefficienti negativi (perché già dal 2021 il Pil dovesse tornare, come prevede il governo, in crescita), è chiaro che essi saranno nettamente più bassi di come sarebbero stati senza la recessione post Covid-19, determinando appunto una perdita permanente sui nuovi assegni dal 2022.

Questo scenario è comunque parziale perché il Covid è andato ad incidere su un mercato del lavoro già mo9lto instabile e frammentato che non avrebbe mai potuto assicurare una pensione contributiva lontanamente paragonabile anche a coloro che l’hanno avuta calcolata con il sistema misto. Né a questi lavoratori, in nero, oppure messi più volte per strada dai vari coprifuoco deliberati nel corso del corrente anno, si può realisticamente parlare di previdenza complementare che si basa esclusivamente sull’utilizzo di risorse tutto sommato private.
Occorre ripensare completamente il sistema pensionistico mettendo in conto di dover ipotizzarne uno nel quale il concorso della solidarietà nazionale sia molto ampio assieme ai contributi accumulati da ogni singolo lavoratore.
Camillo Linguella