Presentato il Nono Rapporto sul Sistema Previdenziale per l’anno 2020. Aumenta lo squilibrio finanziario|

Il 15 febbraio 2022 Itinerari Previdenziali ha presentato il Nono Rapporto – “Il Bilancio del Sistema Previdenziale italiano – Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza per l’anno 2020”

E’ giunto alla sua IX edizione, il Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano curato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali per fornire una visione d’insieme del complesso sistema previdenziale italiano (inteso nell’accezione più ampia del termine) nell’ambito della spesa sostenuta per il welfare, che rappresenta il 54% dell’intera spesa pubblica.
Redatto sulla base dei bilanci consuntivi degli Enti di Previdenza, lo studio illustra gli andamenti della spesa pensionistica, delle entrate contributive e dei saldi delle differenti gestioni pubbliche e privatizzate, con il preciso intento di fornire indicatori utili a definire la sostenibilità di medio e lungo termine del sistema, così come l’adeguatezza delle prestazioni fornite.

Sempre a tal scopo, la pubblicazione – che mira a fornire una valutazione sulla progressione nel tempo del rapporto tra spesa totale per il sistema di protezione sociale e PIL per garantire la tenuta del sistema di protezione sociale in un’Italia che invecchia: tutti elementi – peraltro ancora più rilevanti alla luce anche di una valutazione prospettica dell’impatto dell’epidemia di COVID-19 sui conti pubblici del Paese.
Per prima cosa è bene richiamare sia la composizione della Spesa previdenziale, sia il ruolo delle diverse fonti di finanziamento. Come si è già accennato, la spesa previdenziale è indirizzata a due sostanziali funzioni:
la prima è assimilabile a uno schema assicurativo di rendita vitalizia e dovrebbe essere finanziata dalle entrate contributive;
la seconda, di natura assistenziale e solidaristica, è a carico dalla fiscalità generale e dovrebbe dipendere da decisioni di politica sociale. Nel sistema pensionistico italiano questa distinzione non è completamente chiara e la classificazione delle voci di spesa lascia ancora irrisolti vari dubbi interpretativi, nonostante la gestione dedicata al finanziamento della spesa assistenziale (GIAS) sia in funzione dal 1989.

Ridotto il saldo attivo del fondo pensioni dei lavoratori dipendenti privati

Il saldo del Fondo pensioni dei lavoratori dipendenti privati (FPLD), che da solo
rappresenta il 45,9% di tutte le pensioni in essere e il 56,3% dei contribuenti attivi, ha subito un forte ridimensionato per gli effetti negativi della pandemia, soprattutto dal lato delle entrate contributive, ma lo stesso Fondo aveva registrato fino al 2019 saldi positivi che dall’inizio del nuovo millennio erano stati mediamente superiori al 10% della spesa per pensioni.
La gestione dei dipendenti pubblici ha invece registrato entrate inferiori alle uscite totali in misura più o meno significativa, con saldi di gestione negativi.
Per l’anno 2020, ancor più che nel 2019, i provvedimenti che hanno inciso particolarmente sia sulla
spesa assistenziale sia su quella previdenziale derivano dalle misure introdotte dal D.L. n. 4/2019, vale a dire la cosiddetta Quota 100, e il Reddito di Cittadinanza nonché la proroga per l’APE sociale (l’anticipo pensionistico) e Opzione Donna.
Tuttavia, l’evento che ha prodotto effetti di maggior consistenza sulle pensioni è
sicuramente da collegare alla pandemia da COVID-19.
Nel 2020 l’Inps ha risparmiato in spesa per pensioni 1,1 miliardi a causa dell’eccesso di mortalità per Covid . Secondo il  Rapporto di Itinerari previdenziali  si avrà fino al 2029 una spesa minore per 11,9 miliardi. “Il 96,3% dell’eccesso di mortalità registrato nel 2020 – si legge – ha riguardato persone con età uguale o superiore a 65 anni, per la quasi totalità pensionate. Considerando per compensazione l’erogazione delle nuove reversibilità, si quantifica in 1,11 miliardi il risparmio, tristemente prodotto nel 2020 da dal Covid a favore dell’Inps, e in circa 11,9 miliardi la minor spesa nel decennio“.

Le misure di contrasto alla povertà finalizzate all’inclusione sociale: Reddito di Cittadinanza, Reddito di Emergenza, Pensione di cittadinanza
Il Reddito di Cittadinanza (RdC) che sostituisce il REI (Reddito di Inclusione), è stato introdotto nel nostro Paese nel 2019, come misura di contrasto alla povertà finalizzato al reinserimento nel mondo del lavoro e all’inclusione sociale. il costo totale nel periodo iniziale aprile 2019 – dicembre 2020 è stato di 10,5 miliardi di euro.
Nella situazione emergenziale legata al COVID-19, al fine di contrastare la crisi e gli effetti del lockdown per i nuclei familiari in difficoltà esclusi dal RdC con l’articolo 82 del Decreto-Legge 19 maggio 2020, n. 34 (Decreto Rilancio) è stato istituito il Reddito di Emergenza che ha requisiti meno stringenti rispetto al RdC ed ha avuto un costo di 830 milioni di euro.
La Pensione di Cittadinanza (PdC), prestazione economica assistenziale e non previdenziale erogata mensilmente, è stata introdotta col reddito di cittadinanza a favore di soggetti che hanno versati pochi o nulli contributi sociali.
Può essere richiesta da tutti i titolari di pensioni minime, di assegno sociale,
di invalidità civile o di pensioni al di sotto di € 780, comprese le pensioni di reversibilità pere un costo nel 2020 di 418 ml di €.

La spesa per le pensioni e le entrate contributive
Nel 2020 la spesa pensionistica relativa a tutte le gestioni previdenziali è stata
di 234.736 milioni di euro (230.255 milioni nel 2019), con un aumento dell’1,95%.
Come era prevedibile, a causa della pandemia il lockdown dei primi mesi dell’anno e il rallentamento di molte attività produttive e di servizi (si pensi solo al quasi blocco delle attività turistiche invernali ed estive) hanno ridotto sia le ore lavorate sia pesantemente l’occupazione dipendente e autonoma per cui le entrate contributive, sono state di 195.400 milioni di euro4, ben 13.398 milioni di euro (pari al 6,6%) rispetto ai 209.398 milioni del 2019.
Pertanto, il saldo tra contributi e prestazioni presenta, come ormai accade da molti anni, un risultato negativo di 39.336 milioni che supera di 18.480 milioni il saldo del 2019.
Il disavanzo più elevato è quello dei dipendenti pubblici con un saldo negativo di 36.427 milioni di euro.

Le pensionate sono di più ma prendono di meno
Dai dati in esame emerge che percentualmente le donne rappresentano il 51,8% dei pensionati, ma percepiscono il 43,8% dell’importo lordo complessivamente pagato per il complesso delle prestazioni: 172.771 milioni di euro vanno agli uomini e 134.919 milioni di euro alle donne. Il reddito pensionistico annuo delle donne è pari a 16.233 euro e quello degli uomini a 22.351 euro.

La ripartizione territoriale delle varie tipologie di pensione
Le pensioni di anzianità o anticipate sono maggiormente diffuse nelle regioni settentrionali con il 58,9% del totale dei trattamenti di anzianità o anticipati erogati ai residenti del Nord, che hanno tassi di occupazione più alti, storie contributive più lunghe e continue:
la Lombardia concentra il 20,1% delle pensioni di anzianità o anticipate, seguono Veneto (10,1%), Emilia-Romagna 9%.
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Nelle regioni del Mezzogiorno, dove risiede il 33,9% della popolazione italiana, è erogato, invece, il maggior numero di pensioni di invalidità previdenziale (46,8%): ai primi posti troviamo le regioni di Campania, Puglia e Sicilia.
Per le pensioni ai superstiti, le incidenze più elevate si osservano in Lombardia (16,0%) e nel Lazio (8,5%).

Età reale di pensionamento
L’età di pensionamento standard dovrebbe essere di 67 anni ma se consideriamo insieme all’età di pensionamento per vecchiaia quello di anzianità/anticipata e per invalidità previdenziale, l’età media effettiva di tutte le uscite per pensionamento previdenziale diretto, nel 2020 è pari a 63,1 anni per gli uomini e a 63,4 anni per le donne, (nel 2019 erano 62,8 anni per gli uomini e 61,9 anni per le donne).

La previdenza complementare
Nel 2020 per la previdenza complementare, si registra una crescita dei contributi versati dagli
iscritti ai fondi pensione (+2,4%), per un totale di 16,5 miliardi di euro. Ai fini del calcolo della
spesa netta, l’ammontare dei contributi è stato abbattuto della deducibilità ai fini Irpef sul
massimale di 5.164,57 euro annui. Secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate, il totale delle
deduzioni è stato pari a 4,44 miliardi di euro. Di conseguenza, la spesa effettiva per la previdenza complementare si attesta a 12 miliardi di euro.
L’iscritto medio ha 40 anni, con residenza prevalentemente nel Nord, Nord Est Italia. e forme pensionistiche con maggiori iscritti sono i PIP di nuova generazione e i fondi negoziali, pressoché appaiati. Seguono i fondi aperti e quelli preesistenti.
L’Italia registra ancora una distanza nello sviluppo dei fondi pensione rispetto alla classifica OCSE (patrimonio su PIL nazionale), anche se si vedono miglioramenti. Occorre tuttavia considerare che in alcuni Paesi la previdenza complementare è obbligatoria e che spesso le pensioni pubbliche offrono tassi di sostituzione particolarmente ridotti.

 

IX Rapporto sulle pensioni