La complementare va bene, ma non come dovrebbe

La Covip ha reso noto i principali dati statistici della previdenza complementare aggiornati a dicembre 2023.Quest’anno i dati sono preceduti, in generale, da un segno positivo nei confronti dell’anno precedente quando l’inflazione ha toccato punte quasi vicino al 9%.
Se andiamo a vedere più da vicino, ci si accorge subito che la previdenza complementare italiana è ancora lontana dal diventare quel secondo pilastro pensionistico per incrementare la pensione di coloro che hanno cominciato a lavorare dal 1996 e che maggiormente ne avranno bisogno.

Alla fine del 2023, le posizioni aperte presso i fondi negoziali o chiusi, quelli aperti e Pip, sono 9,610 milioni (+4%) di cui circa 2 milioni di “anime morte”, coloro cioè che sono iscritti, ma che non versano contributi. In definitiva i reali iscritti sono meno di un terzo dei lavoratori attivi, stimati attorno ai 23 milioni.
Come ha rilevato Giuliano Cazzola su il sussidiario.net, la previdenza complementare più che svolgere un ruolo di “secondo pilastro privato” e di carattere collettivo/contrattuale, è configurabile come una forma di investimento finanziario, sufficientemente garantita e agevolata sul piano fiscale, che consente, inoltre, di avere disponibile (come contribuzione e con le relative previste possibilità di anticipazioni più ampie) un’erogazione (il Tfr) nel corso e non alla fine del rapporto di lavoro, piuttosto che una prestazione che svolge un ruolo complementare del trattamento obbligatorio.
Intanto di fronte a questo scenario la legge di bilancio 2024 non ha disposto nessun incentivo per invogliare
i giovani ad aderire alla complementare, nè l’aumento del plafond deducibile che rimane sui 5000 euro annui, nè la diminuzione dei rendimenti finanziari che fu elevato dall’11 al 26%.