Investiamo in Italia i fondi pensione, a servizio dello sviluppo del Paese

Investiamo in Italia i fondi pensione, a servizio dello sviluppo del Paese

Economia e Covid. 30 Fondi per 8 milioni di lavoratori e 170 miliardi, poco meno del 10% del Pil. Il 21% sono titoli del debito pubblico, solo il 3% è investito in imprese. E 3,7 miliardi vanno all’estero.
L’epidemia da Covid-19 sta innescando una crisi economica senza precedenti. Secondo alcune previsioni, nel 2020 il Pil italiano potrebbe ridursi più del 10% e il debito pubblico superare il 160% del Pil. La risposta europea alla crisi appare insufficiente e dunque risulta essenziale riuscire ad attivare il risparmio privato italiano per il rilancio economico del Paese, limitando la creazione di nuovo debito.

In Italia abbiamo una composita offerta di strumenti di previdenza complementare, tra cui circa 30 fondi negoziali, che nascono cioè da accordi contrattuali tra le parti sociali, e nei quali imprese e lavoratori versano i contributi e viene accantonato il Tfr. Il maggiore di questi è il fondo pensione “Cometa” dei metalmeccanici italiani (con una raccolta di circa 11 miliardi di euro). In totale, gli iscritti alla previdenza complementare sono circa 8 milioni di lavoratori e le risorse accumulate totalizzano circa 170 miliardi di euro, poco meno del 10% del Pil del Paese.

Gli investimenti dei fondi pensione sono allocati per circa il 21,4% in titoli del debito pubblico italiano. Nemmeno il 3% viene investito nelle imprese italiane e tutto il resto se ne va in acquisto di titoli all’estero (3,7 miliardi; i dati citati sono presenti nell’ultimo Rapporto Covip).
Negli anni, sono stati varati diversi progetti per provare a trattenere un maggior volume di risorse della previdenza complementare in Italia. Ma si tratta di progetti, come quello del “fondo dei fondi”, che non reggono la sfida del mercato. Infatti, i Consigli di Amministrazione dei Fondi inseguono, come è assolutamente doveroso, i maggiori redimenti per i loro aderenti (a parità di grado di rischio) e quasi sempre questi maggiori rendimenti si trovano all’estero dove ci sono mercati più sviluppati e redditizi.

C’è però una semplice proposta che abbiamo avanzato già tre anni or sono in occasione del convegno “Sfide” organizzato dalla Fiom-Cgil, che è sostenuta dalla stessa Fiom-Cgil e che oggi è importante ribadire. La proposta è quella di creare, magari attraverso l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti, uno strumento di investimento diretto che raccolga quote di risparmio spontaneamente versate dai Fondi.

Questi investimenti potrebbero andare a favore, ad esempio, di imprese italiane che puntino alla crescita occupazionale e che adottino i contratti nazionali, o potrebbero essere utilizzati per le infrastrutture sociali, di cui il Paese ha grande bisogno. Per incentivare i Consigli di Amministrazione dei Fondi a versare quote importanti verso questo strumento controllato da Cassa Depositi e Prestiti, tutelando come è giusto gli interessi degli aderenti ai fondi, occorrerebbe però che ci fosse una garanzia di rendimento minimo che potrebbe essere la rivalutazione del Tfr (poco meno del 2% lo scorso anno, al netto tasse).
In questo modo, sarebbe possibile incanalare una quota importante del risparmio pensionistico verso le imprese italiane, un importo che potrebbe persino toccare i 20 miliardi di euro, se si riuscisse con questa strategia a raggiungere la quota che in altri Paesi è dedicata dai Fondi Pensione ai cosiddetti investimenti in economia reale.

Si tratterebbe di risorse tutte italiane che finalmente resterebbero nel Paese, senza creazione di nuovo debito pubblico, dal momento che l’impegno statale, attraverso Cassa Depositi e Prestiti, sarebbe limitato alla garanzia di rendimento nel caso che gli investimenti non avessero un ritorno sufficiente a coprire la rivalutazione del Tfr. Una soluzione che potrebbe mettere il nostro risparmio pensionistico al servizio dello sviluppo del Paese, senza scalfire ma anzi proteggendo il diritto dei titolari di questo risparmio: i lavoratori.

La legge sulla concorrenza del 2017, la 124 del 4 agosto (art. 39, comma 1), disponeva l’istituzione di un tavolo di consultazione con le parti sociali per lo sviluppo dei fondi pensione. Sarebbe stata l’occasione giusta per porre anche questa proposta in discussione. Ma quella disposizione è rimasta lettera morta e il tavolo con le parti sociali non c’è mai stato. E così il nostro risparmio continua ad alimentare gli affari di altri operatori e di altre imprese, ma rigorosamente all’estero.

Roberto D’Andrea – Responsabile previdenza complementare Fiom-Cgil,
Riccardo Realfonso –  Componente Cda fondo pensione Fiom Cometa
fonte : il Manifesto

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